Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/123

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atto primo 115


Luzio. «... ego tiro crepida».

Malfatto. Che diavolo descrezione è la vostra? Tutto oggi volete parlare voi.

Prudenzio. S’io piglio un lapide, te farò... E tu fa’ ch’un’altra volta non me meni tanto el capite.

Malfatto. Volete ch’io ve Ilo meni io, mastro?

Prudenzio. Audi, Luti. Io te prometto quod, si bene facies, de non te dare equo un anno e farte, questo Santo Nicola, signore.

Malfatto. Ed io ancora voglio essere.

Prudenzio. Tu non tanti facis mihi e...

Malfatto. Aspettate pur un poco, che voglio andare per un’altra frusta ancor io.

Prudenzio. Luzio, vatene dentro e incumbi alla lezione; che statim te Ila verrò a repetere.

Luzio. Misser si.

Prudenzio. Vien qui, tu altro. Credi ch’io te voglia dar un buon cavallo, se non sarai ubidiente?

Minio. Eh! mastro, perdonateme. Che volete ch’io faccia?

Prudenzio. Io ti prometto de non ti dar mai cavallo se me farai un piacere. Altrimenti, pensati che quolibet die io te nne darò uno.

Minio. Eh! non me date, ch’io ve voglio portar una buona cosa.

Prudenzio. Io voglio che tu parli a tua sororia da parte nostra.

Minio. Oh! sapete, mastro...

Prudenzio. Sta’ cheto; lassa parlare al preceptore; non lo interrompere. E reportame la risposta.

Minio. Lo voglio fare, misser si.

Prudenzio. E noi te vorremo bene.

Minio. E sapete ch’ella è bella? che, quando va al letto, ogni sempre dorme con meco ed è bianca e roscia.

Prudenzio. Orsú! non piú. Torniamo dentro.