Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/156

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148 il pedante

andare sin qui a questo caupone e concernere con ocello de linceo se ivi stanziassino, per ciò che Malfatto con ipso ha molta intrinseca familiaritá.

SCENA VII

Prudenzio, Mastro Antonio, Luzio, Malfatto, Rufino.

Prudenzio. Non avete ancora accordato quel vostro instrumento?

Mastro Antonio. Misier si. Andemo pur lá.

Prudenzio. Dove domino è questo nostro discipulo? A chi dico io? Oh Malfatto!

Malfatto. Che volete?

Prudenzio. Vieni qua e fa’ che animadverti.

Malfatto. La berta me la date voi, alla fé.

Prudenzio. Taci. Va’ e chiama quel pincerna.

Malfatto. Che pincio volete?

Prudenzio. Luzio, Luzio. Dove è?

Malfatto. È qua dentro.

Prudenzio. Be’, dilli che venga qua de fuori.

Mastro Antonio. Questo sé un bel fante per la Vostra Signoria!

Malfatto. Mastro, io credo che lui non ce vorrá venire.

Prudenzio. Fa’ quello ch’io ti dico e non voler indovinare.

Malfatto. Io non indovino; ma voi vederete che lui non ce verrá.

Prudenzio. E pur li torni, temerario insolente!

Malfatto. Orsú! Vederete che sará come ho ditto noi.

Mastro Antonio. Oh che gran piegora sé questa!

Prudenzio. Iuro, per Deum, ch’io non voglio piú che me stanzi in casa, che l’è un morbo quotidiano.

Luzio. Bona sera, magister.

Malfatto. E io ancora bona sera.

Prudenzio. Tornate dentro, tu; e fa’ che non eschi di quello agniporto, se non vói ch’io te...