Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/159

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atto quinto 151


Malfatto. Non me vói respondere, ch, Luzio? Basta.

Luzio. E sta’ cheto, se vói.

Malfatto. Voglio cantare io ancora. Afatte alla finestra dello muro e mostrarne lo pertuso dello...

Prudenzio. Tristo sciagurato! S’io trovo un lapide....

Rufino. Che si che ve farò andar a cantare altrove?

Mastro Antonio. Cancaro! Che tira i sassi?

Malfatto. Ah! ah! Fate alle sassate, eh?

Prudenzio. Quid est? che cosa è questo?

Mastro Antonio. Vedete che ne tragono.

Rufino. Diavolo coglili!

Prudenzio. Fate ve in qua, come dice el barbato Catone: «Rumores fuge».

Mastro Antonio. Pel corpo mio, che m’ha sfracassao el liuto.

Prudenzio. Oh! tedet mihi. A questo modo se trattano li omini nelle vie publiche che stanno a pernoctare in gaudio, ch, latroni insolenti?

Rufino. Aspettate un poco.

Prudenzio. Ah cane villatico! Latri da longa con li lapidi, ch? Trucidatore publico! pusillanimo!

Mastro Antonio. Vo’ tornarme indrio aziò non me daga qualche botta nel cavo.

Malfatto. Vedete mò che starete de fora.

Prudenzio. Ah ribaldo! Vieni a oprire.

Malfatto. Non ce voglio venir, adesso.

Rufino. Domino che non ne coglia qualcuno!

Prudenzio. Oimè! oimè! Vieni a opri, sciagurato!

Malfatto. Non ce voglio venire perché non dite da vero.

Prudenzio. Si, dico, alla fede.

Malfatto. E io dico de no; che me date la baia.

Prudenzio. Alla fé, che, se tu non vieni a oprire, ch’io te farò el piú tristo uomo di Roma.

Malfatto. Ecco, sii: ma sto incorato de non ci venire.