Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/188

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180 i tre tiranni

          or tace e fa il balordo, or ride, or piange,
          or ciancia fuor di modo e si rallegra
          e infuria; che talora ho meraviglia
          ch ’un che pratica teco, in otto giorni,
          noi fai impazzir. Che si che ancor ti veggio,
          un tratto, negromante? uomo composto
          di sciatiche e catarri e d’avarizia,
          d’ira e d’amore.
          Girifalco.  Abbimi compassione.
          Vedi pur com’io sto; lasciami alquanto
          sfogar, ch’io moro.
          Pilastrino.  Possa sfogar tanto
          che ne rimanga agghiacciato per sempre.
          Non restar giá per me.
          Girifalco.  Sempre ho stentato;
          né mai mi ho tolto un’ora di buon tempo,
          in questa vita, per non stentar sempre.
          Ed or che l’etá mia richiederebbe
          qualche riposo e d’animo e di corpo,
          cosi dentro mi sento travagliato,
          inquieto e confuso che desio
          talor la morte come cosa dolce.
          Ma non vorrei esser posto in sacrato,
          se non pensassi fare, anzi quel punto,
          vendetta e strazio di quella frittella
          che n’è cagione.
          Pilastrino.  E che pensi di fare?
          se Dio ti guardi, come ha fatto i denti,
          ancor la vista.
          Girifalco.  Se mai viene il tempo...
          Non vo’ dire altro.
          Pilastrino.  Forniscel di dire.
          Che la farai, come ti vien dietro,
          morir forse in sul buco? Oh guarda volto
          da far morir le donne di martello!
          Che sia impalato!