Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/231

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atto secondo 223

          ma in destro modo. E vo’ veder s’io posso
          farlo suonar di qualche bolognino
          per riavermi di quella paura
          che m’ha fatto colei. E, se non sono
          al cane adesso, non ne vo’ quattrino;
          che mi farebbe far senza disagio
          mille miei faccenduzze. Ecco Fronesia.
          Non par quasi turbata punto in vista.
          Debbe averla istimata forse aneti ’ella,
          com’ho fatto io. E dove, cosí in furia?
          Come andò poi la cosa?
          Fronesia  Eh! manco male.
          Ha fatto pace meco.
          Artemona  Lo sapeva;
          che non fu mai tempesta che durasse.
          Io t’arei da insegnar come hai da fare
          che questo toro ti divenga agnello,
          se potessi fermarti.
          Fronesia  Non è tempo,
          ch ’è troppo tardi. Ci vedrem dimane.
          Non voglio piú cercarlo, poi che ho inteso
          ch ’è fuori in villa e non si sa pur dove.
          Onde avrò luogo di fare un bel tratto
          in favor di Crisaulo e far mio sforzo
          di cavameli al tutto de la mente:
          che, infin che sta cosi, non è possibile
          che pensi ad altro; che noi donne sempre
          pigliamo il peggio. E, se fia suo marito,
          sendo pover di robba e di parenti,
          faranno amendui insieme i stentolini
          ed a me sará forza procacciare
          altronde il pan. Ma se, per opra mia,
          venisse in mano di Crisaulo ricco,
          so che gran doni non mi mancherebbono.
          E, se piacesse a Dio che la sposasse,
          sarebbe ella felice ed io, contenta,