Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/25

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atto primo 17


Polinico. Ricordo a te, Lidio, che gli è sempre da tór via l’occasione del male e di nuovo ti conforto che tu voglia, per tuo bene, levarti da questi vani innamoramenti.

Lidio. Polinico, e’ non è cosa al mondo che manco riceva il consiglio o la operazione in contrario che lo amore; la cui natura è tale che piú tosto per se stesso consumar si può che per gli altrui ricordi tórsi via. E però, se pensi levarmi dallo amore di costei, tu cerchi abracciar l’ombra e pigliare il vento con le reti.

Polinico. E questo ben mi pesa: perché, dove esser solevi piú trattabile che cera, or piú ruvido mi pari che la piú alta rovere che si trovi. E sai tu come ell’è? Io ne lasserò il pensiero a te. E sappi che tu ci capiterai male.

Lidio. Io noi credo. E se pur ciò ria, non m’hai tu nelle tue lezioni mostro che è gran laude morire in amore e che bel fin fa chi bene amando more?

Polinico. Orsú! Fa’ pure a tuo modo e di questa bestia qui. Presto presto potresti cognoscere con tuo danno li effetti d’amore.

Fessenio. Fermati, o Polinico. Sai tu che effetti fa amore?

Polinico. Che? bestia!

Fessenio. Quelli del tartufo, che a’ giovani fa rizzar la ventura e a’ vecchi tirar coregge.

Lidio. Ah! ah! ah!

Polinico. Eh! Lidio, tu te ne ridi e sprezzi le parole mie Piú non te ne parlo; e di te a te lasso il pensiero; e me ne vo.

Fessenio. Col mal anno. Hai tu visto come e’ finge il buono? Come se noi non cognoscessimo questo ipocrito poltrone! che ci ha tutti turbati in modo che io né narrare né tu ascoltar potremo certa bella cosa di Calandro.

Lidio. Di’, di’; che con questa dolcezza leverem l’amaritudine che ci ha lassata Polinico.