Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/314

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
306 i tre tiranni

          s’io m’affaticherò che vadin bene
          i boccon giú! che, se de vessi ancora
          durar tre giorni in quella cosa dolce,
          me ne voglio saziar; né mai partirmi
          per fin che ’l ventre non mi dice: — Tura. —
          Andiam pur lá.
          Crisaulo  Ma non è ancor gran cosa:
          che, quando ben riguardo a le parole
          che fúr tra noi, non veggio, senza carco
          e senza dar gran macchia a l’onor mio,
          poter ritrarmi da si fatta impresa.
          È ver che tempo fu ch’io non pensai
          d’averlo a fare: onde, piú del dovere,
          son stato di parole liberale
          per venire a la fin del mio disegno.
          Or veggio meglio che noi posso fare
          e mancare a’ miei detti: ond’io, in ciò, voglio
          che la necessitá l’errore iscusi.
          Ma non ti veggio, Girifalco, lieto
          com’io vorrei.
          Girifalco  Io son pur troppo allegro:
          tanto che non mi par d’esser capace
          di tanta gioia; onde l’alma, in se istessa
          talor rivolta, si stupisce e quasi
          non crede ch’in vecchiezza tanto bene
          le venga quanto è questo di tal donna
          e si da bene.
          Pilastrino  E che! Sei fatto sposo,
          padre degli anni, ove tutti i difetti
          e’ ha la vecchiezza in sé son giá scoperti?
          È vero o mi berteggi?
          Crisaulo  Tu noi credi,
          ch, Pilastrino? Gli è pur troppo vero.
          Credilo a me, che sono stato il mezzo.
          Calonide è la sposa; e sallo Iddio,
          s’io ci ho durato punto di fatica!