Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/397

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atto quinto 389


Virginio. Figliuol mio, quanto t’ho pianto!

Gherardo. In casa, in casa, che tu sappia il tutto. E piú ti dico, che tua figliuola è in casa di Clemenzia sua balia.

Virginio. O Dio, quante grazie ti rendo!

SCENA II

Crivello, Flamminio e Clemenzia balia.


Crivello. Io l’ho veduto in casa di Clemenzia balia con questi occhi e udito con questi orecchi.

Flamminio. Guarda che fusse Fabio.

Crivello. Credete ch’io noi conoscesse?

Flamminio. Andiam lá. S’io ’l truovo...

Crivello. Voi guastarete ogni cosa. Abbiate pazienzia fino ch’egli esca fuore.

Flamminio. E’ noi farebbe Iddio ch’io avessi piú pazienzia.

Crivello. Voi guastarete la torta.

Flamminio. Io mi guasti. Tic, toc, toc.

Clemenzia. Chi è?

Flamminio. Un tuo amico. Viene un poco giú.

Clemenzia. Oh! Che volete, messer Flamminio?

Flamminio. Apre, che tei dirò.

Clemenzia. Aspettate, ch’io scendo.

Flamminio. Com’ell’ha aperto l’uscio, entra dentro; e mira se vi è; e chiamami.

Crivello. Lasciate fare a me.

Clemenzia. Che dite, signor Flamminio?

Flamminio. Che fai, in casa, del mio ragazzo?

Clemenzia. Che ragazzo? E tu dove entri, prosuntuoso?

vuoi intrare in casa mia per forza?

Flamminio. Clemenzia, al corpo della sagrata, intemerata, pura, se tu non mei rendi...

Clemenzia. Che volete ch’io vi renda?

Flamminio. Il mio ragazzo che s’è fuggito in casa tua.