Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/50

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42 la calandria


Meretrice. Che vuoi?

Fessenio. Piangi, lamentati, grida, scapigliati. Cosí! sú!

Meretrice. Perché?

Fessenio. Presto lo sapermi.

Meretrice. Ecco. Oh! oh! oh! uha!

Sbirri. Oh! oh! oh! Questo è un morto.

Fessenio. Che fate? Olá! che cercate?

Sbirri. Il facchino ci disse esserci cosa da gabella e troviamo che c’è un morto.

Fessenio. Un morto è.

Sbirri. Chi è?

Fessenio. Il marito di questa poveretta. Non vedete come si dispera?

Sbirri. Perché cosí il portate nel forziero?

Fessenio. A dirvi il vero, per ingannare la brigata.

Sbirri. O perché?

Fessenio. Saremmo da ognuno scacciati.

Sbirri. La cagione?

Fessenio. È morto di peste.

Sbirri. Di peste? Oimè! Io che l’ho tócco!

Fessenio. Tuo danno.

Sbirri. E dove il portate?

Fessenio. A sotterrarlo in qualche fossa; o, cosí, il forziero e lui butteremo in un fiume.

Calandro. Ohu! chu! ohu! Ad annegarmi, ch? Io non son morto, no, ribaldi!

Fessenio. Oh! Ognun si fugge per paura. O Sofilla! facchino! O Sofílla! facchino! Sí! Va’ , giungeli tu! El diavol non gli faria voltare in qua. Va’, poi, impacciati con pazzi, tu! Va’!

SCENA III


Calandro, Fessenio.


Calandro. Ah poltron Fessenio! Mi volevi annegare, ch?

Fessenio. Eimè! Eh! padron, perché mi vuo’ battere?

Calandro. Domandi perché, tristo, ah?