Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/62

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54 la calandria


Samia. Ti pare?

Ruffo. Te ne prego.

Samia. A lui ne vo.

Ruffo. Olá! Tornatene poi per di lá a Fulvia; e io ne verrò subito a lei.

Samia. Fatto è.

Ruffo. Fin che costei parla a Lidio, mi starò qui apparato.

SCENA XVI

Fannio servo, Lidio femina, Samia serva.

Fannio. O Lidio, ecco in verso noi la serva di Fulvia. Nota che ha nome Samia. Rispondeli dolcemente.

Lidio femina. Cosi pensavo.

Samia. Sei tu piú turbato?

Lidio femina. No, Dio, no. Samia mia, perdonami, che in altro caso io ero occupato ed ero quasi fuor di me, tal ch’io non so quel che mi ti dissi. Ma dimmi: che è di Fulvia mia?

Samia. Vuo’ lo sapere?

Lidio femina. Non per altro te ne ricerco.

Samia. Domandane il cor tuo.

Lidio femina. Non posso.

Samia. Perché?

Lidio femina. O non sai che ’l cor mio è con lei?

Samia. Tanto faccia Iddio sani delle reni voi altri amatori quanto voi dite mai il vero. Dianzi non poteva costui sentire ricordarla; e or mi vuol far credere che altro bene non ha che lei. Come se io non sapessi che tu non l’ami e non vuoi venire dove la sia!

Lidio femina. Anzi, mi si strugge la vita infin che seco non mi trovo.

Samia. Alla croce di Dio, che lo spirito potria pure aver lavorato da buon senno. Tu verrai, dunque, come suoli?

Lidio femina. Che vuol dir «come suoli»?

Samia. Dico, in forma di donna.