Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/64

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56 la calandria


Ruffo. Che c’è?

Fannio. Io ti dirò un secreto tanto a proposito di questa cosa quanto tu mai immaginar non potresti. Ma guarda che tu non lo dica, poi.

Ruffo. Non mi lassi avere Dio cosa che io brami, se io ne parlerò giá mai.

Fannio. Vedi, Ruffo, tu rovineresti me e leveresti a te l’utile che trarrai di questa pratica.

Ruffo. Non temer. Di’ sù.

Fannio. Sappi che Lidio mio padrone è ermafrodito.

Ruffo. E che importa questo merdafiorito?

Fannio. Ermafrodito, dico io. Diavoli tu se’ grosso!

Ruffo. Be’, che vuol dire?

Fannio. Tu noi sai?

Ruffo. Per ciò il dimando.

Fannio. Ermafroditi sono quelli che hanno l’uno e l’altro sesso.

Ruffo. Ed è Lidio uno di quelli?

Fannio. Si, dico.

Ruffo. Ed ha il sesso da donna e la radice d’uomo?

Fannio. Messer si.

Ruffo. Te giuro, alle guagnele, che mi è sempre parso che Lidio tuo abbia, nella voce e anco ne’ modi, un poco del feminile.

Fannio. E per quello sappi che, questa volta, userá con Fulvia solo il sesso feminile per ciò che, avendolo ella domandato in forma di donna, e donna trovandolo, dará tanta fede allo spirito che poi la te adorerá.

Ruffo. Questa è una delle piú belle trame che io sentissi mai. E ti so dire che e’ denari verranno a staia.

Fannio. Fatt’è. Come è liberale?

Ruffo. Liberale, dimandi? Gli amanti serran la borsa con la fronde del porro; perché i ducati, e’ panni, il bestiame, li offizi, le possessioni e la vita darieno coloro che aman come costei.

Fannio. Tutto mi consoli.