Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/70

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62 la calandria


SCENA II

Ruffo negromante, Fulvia.

Ruffo. Che c’è, madonna?

Fulvia. Le lacrime mie, assai piú che le parole, mostrar ti possono la passion ch’io sento.

Ruffo. Parla: che cosa è questa? Fulvia, non pianger. Madonna, che hai?

Fulvia. Io non so, Ruffo, se o della ignoranzia mia o de l’inganno vostro doler mi devo.

Ruffo. Ah madonna! Che è quel che tu di’?

Fulvia. O il cielo o il peccato mio o la malignitá dello spirito che stato si sia, non so; ma, una volta, voi avete, oimè! di maschio in femina converso Lidio mio. Tutto l’ho maneggiato e tócco; né altro del solito ritrovo che la presenzia in lui. Ed io non tanto la privazion del mio diletto piango quanto el danno suo: che, per me, privo si trova di quel che piú si brama. Or hai la cagion di queste lacrime e per te comprender puoi quel che io da te vorrei.

Ruffo. Se, Fulvia, il pianto, che mal finger si può, testimonio di ciò non mi facessi, a gran pena ti crederrei. Ma, stimando che vero sia, penso che di te sola doler ti puoi perché io mi ricordo che tu domandasti Lidio in forma di donna. Penso ora che lo spirito, per piú compiutamente servirti, e nel sesso e ne l’abito di donna ha mandato a te lo amante tuo. Ma poni fine al dolor tuo perché chi femina l’ha fatto ancor maschio può rifarlo.

Fulvia. Tutta consolar mi sento, parendomi che il fatto passato sia come tu di’. Ma, se tu Lidio mio intero mi rendi, li denari, la robba e ciò che io ho fia tuo.

Ruffo. Or che so lo spirito esser ben volto verso te, ti dico chiaramente che lo amante tuo tornerá maschio subito. Ma, per piú non equivocare, di’ chiaro quel che vuoi.