Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/74

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66 la calandria


Fannio. Tu sei sul burlare, si?

Lidio femina. Su le berte sei tu. Io parlo da maladetto senno.

Fannio. Quando promissi che tu vi torneresti, a tutto avevo io ben pensato.

Lidio femina. Or di’: che?

Fannio. Non me hai tu detto che in camera scura stesti con lei?

Lidio femina. Si.

Fannio. E sol con le mani teco parlava?

Lidio femina. Vero.

Fannio. Be’, io verrò teco, come dianzi.

Lidio femina. Oh! oh! oh! a far che?

Fannio. Ascolta. Per serva.

Lidio femina. Mei so.

Fannio. Vestita come tu.

Lidio femina. E poi?

Fannio. Quando seco in camera sarai, fingi avermi a dire qualche cosa e fuor di camera vieni. Tu resterai di fuori in loco mio, nota, ed io in tuo scambio entrerò in camera: ove essa, sanza barba trovandomi, al buio non discernerá chi si sia, o tu o io. E cosí crederrá che tu maschio ritornato sia; allo spirito si giungerá credito; i denari verranno a iosa; ed io con lei arò quel piacere.

Lidio femina. Ti do la fede mia, Fannio, ch’io non udii mai cosa con maggior astuzia pensata.

Fannio. Adunque, io non errai a dire a Ruffo che noi vi torneremo.

Lidio femina. Non certo. Ma, intanto, saria pur bene intendere quel che a casa nostra si fa di questo mio parentado.

Fannio. Questo è uno procacciar doglia e ’l proposito nostro è fuggire la conclusione.

Lidio femina. Lo allungare non leva via la cosa. A quel saremo domane che oggi semo.

Fannio. Chi sa? Chi scappa d’un punto ne schifa cento. L’andar da Fulvia può giovare; nuocer no.

Lidio femina. Io son contenta. Ma va’ prima presto a casa,