Pagina:AA.VV. - Commedie del Cinquecento, Vol. I, Laterza, 1912.djvu/99

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atto primo 91


Rufino. È un pedante poltrone.

Curzio. Io so chi vói dire, adesso. I’ non ne ho paura di costui. Ma che certezze ne hai tu di questo?

Rufino. Hamelo detto Filippa ch’io vel dica. E io dubito che non vi sturbi.

Curzio. Sturbar lui mene?

Rufino. Signor si. È perché non sapete che le donne sempre se attacano al peggio.

Curzio. Guardise pur ch’io non gí’impari a far le concordanzie a suo mal grado. Lui non mi deve cognoscere anco, ah?

Rufino. Voi avete el torto, che le cose belle piacciono a ognuno.

Curzio. Tel concedo, questo. Ma non cognosce lui che quella non è farina da’ suoi denti?

Rufino. Anzi, lui si pensa che, per aver quattro letteruzze affamate, che tutte le donne di questa cittá siano obligate a volergli bene.

Curzio. Non ne parliam piú. Caminamo: ch’io voglio che tu vadi poi insino a casa di Filippa e che concludi el tutto. E promettegli ciò ch’ella vuole.

Rufino. Se io gli prometto ciò ch’ella vole, noi stiam conci!

Curzio. E perché?

Rufino. Per ciò che non gli basteria un papato.

Curzio. Se intende ch’ella abbi a chiedere cose possibili e non quelle che non si ponno. Si sa bene ch’io non sono bastante a dargli delle stelle del cielo.

SCENA II

Luzio e Minio scolari, Ceca serva.


Luzio. Lassarne caminare, che ’l mastro non me dia un cavallo; che me par sia troppo tardi e sai che sempre me fa sdelacciare le calze e me alza la camisa e me dá, qualche volta, con una scuriata cosí grossa cotta nell’aceto. Io ho robbato un pezzo de legno in casa per scaldarme, adesso che fa freddo. E sai che lo mastro vole che oggi incominci li latini per li