Pagina:AA. VV. - Il rapimento d'Elena e altre opere.djvu/171

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lasciate? Come mai alcuno tacerà di Gorgia, 1 il quale osò dire niente affatto esservi di quelle cose, che sono, o di Zenone 2, il quale si sforzò di mostrare, che le medesime possibili cose impossibili sono, o di Melisso 3, il quale, come se fossero un solo tutto 4, s’accinse a provare l’infinita moltitudine delle prodotte cose. Ma non ostante, che loro ad evidenza si mostri, quanto facile è il macchinar bugie sovra ciò, che alcun s’è proposto; molto ancor più su questo loro assunto si fermano, quando al contrario da parte lasciando que’ loro paradossi, i quali sebben con parole intesi sono a convincere gli altri, sono tuttavia essi pure già da lungo tempo per lor natura atterrati, avrebber dovuto in traccia andare del vero, e intorno ad azioni, che alla vita civile appartengono, gli Uditori ammaestrare, e nella pratica delle medesime esercitargli, riflettendo, che meglio è certo l’aver qualche idea conveniente delle cose giovevoli, che delle inutili acutamente disputare, e benchè di poco avvanzar gli altri nelle cose grandi, che assai nelle picciole, e

  1. Fu per altro Gorgia maestro d’Isocrate, come narrano Plutarco, Dionisio Alicarnasseo, Filostrato, e Suida.
  2. Sebbene otto di questo nome v’ebbero a detta di Diogene Laerzio nella Vita di Zenone Cittico, e diciassette ne nomini il Fabrizio Biblioth. Gr. lib. II. pag. 824, quegli però, di cui Isocrate parla, è facile a divisare, che fosse l'Eleate; sì perchè gli altri vissero dopo il nostro Oratore, sì perchè appunto fu questi, che, al dir di Suida, scrisse τὰς ἔριδας, contro delle quali Isocrate menò di sopra tanto rombazzo.
  3. Fu costui Maestro di Zenone Eleate, e scrisse περὶ ὀντὸς καὶ φύσεως, giustamente biasimato da Platone, e da Aristotile.
  4. Quest’opinione, che a Melisso pare attribuita anche da Laerzio nella di lui Vita, arrivò a piacere al medesimo Cicerone, il quale de Oratore così scrive_ Mihi quidem veteres illi majus quiddam animo complexi, plus multo etiam vidisse videntur, quam quantum nostrorum ingeniorum acies intueri potest, qui omnia haec, quae supra, et subter unum esse, et una vi, atque una confusione naturae constructa essa dixerunt.