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g. f. maia materdona 113

XVI

IL GIOCO DEL PALLONE

     Ignudo il petto alabastrino e bello
se non quanto il copriva un lino adorno,
per temprar con bel gioco il lungo giorno
formava Ascanio mio nobil duello.
     Battea con picciol globo i sassi, e quello
scacciava al salto, e s’a lui fea ritorno,
correa, lo dibattea, lo fea d’intorno
girar, volar, quasi fugato augello.
     Assai piú che la palla, il cor feriva;
largo, piú che ’l sudor dal bel sembiante,
dagli occhi de l’amanti il pianto usciva.
     Premean, piú che ’l terren, l’alma le piante,
e la vampa d’amor, piú che l’estiva,
fean cocente provar le luci sante.

XVII

LA GIOSTRA

Per il mantenitore marchese Pepoli

     Esce d’armi pomposo e folgorante
d’un’aperta montagna alto guerriere,
e pender fa le spettatrici schiere
da’ moti de la destra e de le piante.
     Poi, fatto in campo a l’aversario avante,
il batte e scuote con cent’aste altere,
e, queste infrante, invittamente il fere
con brando lucidissimo e sonante.
     S’ordina che ’l valor piú non s’adopre
e confessa ogn’eroe ch’ivi è raccolto,
che attonito è rimasto a sí degn’opre.
     E lo stuol de le dame illustre e folto
perché vinto anco resti, ecco che scopre
il campion valoroso il suo bel volto.