Pagina:AA. VV. - Lirici marinisti.djvu/270

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264 lirici marinisti

     Ma si scusi, ch’è alfin d’alma vivace;
e, se troppo nel dir sciolta si vede,
è proprio de la donna esser loquace.
     Fra tanti, ecco un rabbin si leva in piede,
in senil gravitá non visto eguale,
ed al re di parlar licenza chiede.
     Fu di parer, scusando il sesso frale,
costei non meritar sí rea sventura,
ma ben dannarsi in prigionia reale.
     Ma questa, d’alma intrepida e sicura,
di modestia passando il segno ardita,
da la morte scampar punto non cura.
     — Su, toglietemi — grida — or or la vita;
per non veder sí barbaro spietato,
bramo far da’ viventi oggi partita.
     Sí, sí, verrò nel sonno a te piú grato,
e con flagel di lividi serpenti
ti sferzarò quel cor perfido e ingrato.
     Ombra infesta verrò da l’ombre ardenti,
e se ’l cielo a patir lá giú ti danna,
ministra io ti sarò di rei tormenti. —
     Anco la madre (oh crudeltá tiranna!)
approva quanto il re fra’ suoi consiglia,
ed a morir tanta beltá condanna.
     Senza bagnar di lagrime le ciglia,
senza mostrar pietá, rigida prende
a incrudelir contro la propria figlia;
     e la sgrida e l’accusa, odia e riprende;
cieca, la sua follia non vede espressa,
ch’in offender costei se stessa offende.
     Ma se fa ciò per non morire anch’essa,
l’empia ancor patirá consimil fine,
né le fia tanta colpa unqua rimessa.
     Poi, stendendo la man su l’aureo crine,
troncò col ferro rigido e tagliente
le belle masse d’òr lucide e fine.