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ciro di pers 375

n XXIV t CONTRO L’AMARE UNA BELLEZZA SOLA t Ad Andrea Valiero

Celeste dono è la beltá, che scende
ad invaghir qua giú l’umane menti
de’ beni eterni, e a sollevarle al cielo;
chiare faville accende
ne’ foschi cori e co’ suoi raggi ardenti
sgombra de’ pigri affetti il lento gelo;
sotto un leggiadro velo,
vie piú ch’all’occhio, all’intelletto scopre
di lavoro divin mirabil opre.
     Ma non sempre ella suol ne’ regi tetti
covar tra gli ostri e riccamente adorna
sfidar le gemme in paragone e gli ori;
ché d’ameni boschetti
spesso a l’ombra riposta anco soggiorna,
e d’un prato ridente emula i fiori.
Quivi ne’ freschi umori
d’un puro fonticel si specchia e lava,
e co’ fregi dell’erba i crini aggrava.
     Fan di gemme inaspriti aurei monili,
d’argentei scherzi varïati manti,
pompa non di beltá, ma di ricchezza;
son degli avi gentili
l’alte memorie e i celebrati vanti,
fregi di nobiltá, non di bellezza:
ch’ella per sé s’apprezza
e si brama per tutto ove si vede,
e cieco è quei ch’altra ragion ne chiede.