Pagina:AA. VV. - Lirici marinisti.djvu/405

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ciro di pers 399

miei gridi) a seminar gli empi veneni
de l’idra di Lutero e di Calvino,
onde s’infetti (ah, nol permetta il cielo!)
la bella Italia, ch’è maestra e madre
de la religïon verace e santa?
E poi, se ’l turco infido
ti spezza la corona
degli ungarici regni in su la fronte,
e per sé ne ritien la miglior parte,
non par che te ne curi!
In contro lui t’adira;
è colá degno campo
a tua possanza, a tua fortuna augusta.
Che tardi a vendicar gli antichi oltraggi?
Non son, non son giganti
i traci, no. San paventar la morte
anch’essi, e san fuggendo
a vergognose piaghe esporre il tergo,
     Tu che a la Francia imperi,
invitto re de’ bellicosi Galli;
tu cui fin nella culla
fanciulleschi trastulli
fûro i guerrieri arnesi,
nutrito all’ombra de’ paterni allori,
da la cui forte destra
se piantate non son, fiorir non sanno
le marzïali palme;
ben da giust’ira spinto
l'armi vittorïose
finor movesti, o se dall’empie tane
scacci il rubello o i profanati templi
ritorni al vero culto o se soccorri
l’amico oppresso. Ah, qui l’impeto affrena;
né d’italici acquisti
pensa a glorie, minori
del vasto animo tuo. Volgi la mente