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giuseppe battista 429

XL

FILOSOFANDO TRA I CIPRESSI

     Qui, dove un fiume ha lacerato i sassi,
e cozzando co’ sassi il corno ha infranto,
m’alzo a pensieri arcani e lascio intanto
all’arbitrio del piè guidarmi i passi.
     Dal gran Liceo filosofie giá trassi,
per cui trovar nuove dottrine or vanto;
rubar non penso, abbandonato il canto,
l’arpa agli Orazi piú, la tromba ai Tassi.
     Farò, s’arride il cielo all’opra ardita,
da’ rami ombrosi, in cui verdeggia impresso
simolacro di morte, uscir la vita.
     E dar potrá, se fu talor concesso
a un platano d’aprir scola erudita,
principio alle mie scole anco un cipresso.

XLI

IL CANTO DELLA PASTORELLA

     Dall’isola di Circe usciva il sole,
e quanto allor per le sue vie toccava
di questo mondo in su la bassa mole,
fatto novello Mida, egli dorava.
     Alla greggia lanosa intanto Iole
i velli canutissimi tosava,
e di calte la fronte e di vïole
alla plebe tosata indi fregiava.
     Cantò fra le fatiche e disse; — O fiori,
allegrezza degli alberi ramosi!
O poeti del bosco, augei canori!... —
     Poi, mirandomi, tacque. Ed io risposi:
— O cibo delle orecchie, inni sonori!
O degli occhi armonia, sguardi amorosi!... —