Pagina:AA. VV. - Lirici marinisti.djvu/443

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giuseppe battista 437

s’erge in liquido muro
e lascia intatto al peregrino il piede.
Siegue l’oste d’Egitto
e si finge ai suoi passi il passo asciutto;
ma sul denso tragitto
rapido scende, e poi l’annega il flutto.
Varïando cosí nel mar la sorte,
vita incontra l’ebreo, l’egizio morte.
     È lavacro al mio Cristo
l’acqua del bel Giordano; e qui, diviso
mentre il cielo fu visto
manda pura colomba il paradiso.
Mentre il balen veloce,
e col tuono il balen l’etra tempesta,
del padre Dio la voce
esser figlio di Dio Gesú protesta.
Nell’acqua palesò l’esser divino
il mio Gesú, quando mutolla in vino.
     Su le cime d’un monte
poich’è confitto in croce e pende esangue,
versa dal cavo fonte
del petto lacerato ed acqua e sangue;
e dall’umida vena
la vista impetra il feritor ch’è cieco;
quando teme la pena,
allor porta mercè del fallir bieco.
Ma qual vanto maggior? L’acqua cancella
la colpa a noi, ch’original s’appella.