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francesco della valle 43

VIII

LA CASA DELLA SUA DONNA

     Al nobil tetto ov’il mio sole ha sede,
quasi a lume farfalla ognor m’aggiro;
ora un guardo vi mando, or un sospiro,
e v’entro col pensier, se non col piede.
     S’il mio ben non m’ascolta e non mi vede,
parlo ai muri in sua vece e i sassi miro,
e ovunque gli occhi innamorati giro,
l’aria infocata del mio ardor fa fede.
     Dal dolce fiato suo fatta odorosa,
l’aura, che spira lá, mi dá ristoro,
e, vagando le piante, il core ha posa.
     Cosí, felice in quelle vie dimoro,
e, se m’è de’suoi rai la luce ascosa,
l’alba attendendo, l’orizzonte adoro.

IX

IL RITRATTO DELLA DONNA AMATA

A Girolamo Brivio

     Dopo due lustri, le romane mura,
ov’io vissi non so se vita o morte,
lascio, e sperando di cangiar mia sorte,
stolto il partire ogni mio ben mi fura.
     Se resta il lume e meco vien l’arsura
degli occhi che mi diede Amor per sorte,
in uscir queste antiche amate porte
esce a me l’alma ed il mio dí s’oscura.
     Tu che sul Tebro ancor, Brivio felice,
giá glorie acquistar sai con nobil arte
e sei del mio bel Sol fatto fenice,
     dch, fammi per pietá picciola parte
del ben che godi, e mentre a me non lice,
invola raggi e a me li manda in carte.