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federico meninni 487

IV

CONSOLATORIA

A donna che invecchia

     Nel vetro iusinghier l’aspetto antico,
poiché Nice mirò, diè varco al pianto,
e ’l fulgido censore, un tempo amico,
fe’ che nel suol precipitasse infranto.
     Poi disse: — Invano a ravvivar quel vanto
di mie guance adorate io m’affatico;
mi cingo invan di prezioso ammanto,
s’oggi il mio volto è di beltá mendico.
     Fatta è difforme, e in questa bassa mole
col dio che in orïente ha d’òr la cuna,
gareggiar piú la chioma mia non suole. —
     Ma Nice, a che biasmar la tua fortuna?
Se con l’oro del crin sembrasti il Sole,
con l’argento del crin sembri la Luna.

V

IL PAVONE

     Questi, che spiega a l'aure ali splendenti,
è ne’ vari color Proteo vagante,
iride de’ pennuti, Argo volante,
ch’ha mille in vagheggiarsi occhi lucenti.
     Se a la vaga stagione i fior languenti
render sa de le sfere il can latrante,
il samio augel, ch’è primavera errante,
non paventa di Sirio i vampi ardenti.
     Emolo par de le sideree scene,
qualor sue penne occhiute, auree fiammelle,
l’Olimpo degli augelli a scoter viene.
     Anzi, d’Atlante emuiator s’appelle,
mentre con meraviglia altrui sostiene
sovra gli omeri suoi mondo di stelle.