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514 lirici marinisti

IV

RESTITUENDO LE LETTERE

     Tornatevene pur, note mendaci,
sovra cui distillai lo spirto in guardi;
tornate pur, caratteri bugiardi,
sovra cui distemprai l’anima in baci.
     Sí, sí, tornate in quelle man fallaci,
che giá vi colorîro. Or se ben tardi
io mi strappo dal cor le faci e i dardi,
in voi tutti suggello e dardi e faci.
     Ite, dite a colei che mi vi diede,
che l’occhio mio senza l’ostacol vostro,
disappannato al fin, meglio ci vede.
     Vede che quando l’empia a l’amor nostro
in voi giurò costanza e giurò fede,
fu costanza di carta e fé d’inchiostro.

V

FUMANDO

     O caro indico germe, oh quai diporti
trovo ne le tue foglie al mio dolore!
Ardi, e de l’alma mia tempri l’ardore;
fumi, e col fumo i miei sospir ten porti.
     Or chi dirá che l’erba non apporti
medicina salubre al mal d’amore,
se da te solo i lenitivi ha il core,
e da’ tuoi suffumigi ho i miei conforti?
     Sventura è ben ch’a la mia piaga acerba
fumo che spiro e foglia che consumo
lieve e caduco il refrigerio serba.
     Cosí, misero, quando aver presumo
del mio ristoro la speranza in erba,
con l’erba va la mia speranza in fumo.