Pagina:AA. VV. - Lirici marinisti.djvu/89

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marcello giovanetti 83

e giá fôrano asciutte anco quell’onde,
che per l’erbe muovean tremole e preste,
s’io con l’urne colá del pianto mio
non dava piogge al prato ed acque al rio.
     Come s’avvien talor ne’ giorni estivi
che densa nube intorno al Sol s’accampi,
vibra egli i raggi piú cocenti e vivi,
e chiuso par che con piú forza avvampi;
cosí costei, per far ch’anco i piú schivi
sentan di sua beltade accesi i lampi,
vuole colá che le circondi e tocchi
bella nube di sonno il Sol degli occhi.
     Anzi ella soffre che sia fatto donno
un ministro di Lete in quel bel viso,
e di tenebre armato il nero sonno
sia lá nel trono de la luce assiso.
L’ombre cieche oggimai vantar si ponno
d’aver posta la sede in paradiso;
ma, con le stelle chiuse in fosco velo,
chi mai dirá che sia piú bello il cielo?
     Ed è pur vero, e piú leggiadre forme
ne l’incomposto volto il sonno acquista;
veglia l’arso mio cuor mentr’ella dorme,
e d’un sole ecclissato ama la vista.
Stanno in sua guardia faretrate torme,
a cui la schiera de le Grazie è mista:
altri terge i sudori, altri con l’aura,
mossa da lievi piume, il cor ristaura.
     Amanti, o voi che con ardente zelo
bramate l’ombre amiche ai furti vostri,
de la notte pregiando il fosco velo
piú che de l’alba le chiarezze e gli ostri,
venite a schiere; ecco: propizio il cielo
tragge la notte dagli opachi chiostri;
e perché a voi piú ratta ella sen vole
colá in quegli occhi è tramontato il sole.