Pagina:Albertazzi - Il diavolo nell'ampolla, 1918.djvu/181

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L’asino nel fiume 173


Ma — bene! — un sassolino toccò Sugnazza proprio dove più sporgeva a bersaglio.

Si alzò in piedi. Con quanta ira potè elevò il bastone, e sembrò sfidar l’aria; e tendendo l’altro braccio, per allargare la minaccia alla vastità della scena, urlò con quanta voce potè: — Lasciatemi stare! Il fiume è di tutti! Qui sono e qui sto; qui voglio morire, se chi può non mi aiuta! Diteglielo! — urlava. — Diteglielo! — urlò di nuovo rivolto a quelli che eran sul ponte. — Se non mi aiutano a comperare un’altra bestia, mi lascio morir qui, com’è vero Dio!

Ma a una nuova sassata, la lunga, grama, oscura persona di lui, che nella luce meridiana e nello splendore dell’acqua si sarebbe detto un fantasma non più pauroso rimasto là fuor d’ora, sopra una biroccia, per un caso buffo, si rovesciò a rigiacere e non die’ più segno di vita.

Frattanto, di bocca in bocca, la notizia andava per tutto il paese.

Al Caffè grande la portò un assessore, e il sindaco, che giocava l’ultima partita a biliardo prima di desinare, disse:

— L’asino deve essere seppellito dentro oggi; se no, si applica la multa a termini del nuovo regolamento d’igiene.

— Avviseremo Sugnazza — disse l’assessore.