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208 Adolfo Albertazzi


che arrossiva per nulla, si vergognava della sua timidezza e per rifarsi s’avventava a dispetti e a impertinenze. Vanitosa fino al capriccio, sdegnava le lodi alla sua bellezza quasi fossero canzonature. Buona, godeva a parer cattiva. E se la dicevano innamorata, protestava offesa. S’intratteneva più volontieri con me che con le amiche perchè io le piacevo di più: che c’era di strano?

D’inverno quando, giù a Castello, lei passava i giorni tediosi in casa e in chiesa, e io in città sospiravo le vacanze per rivederla, mi scriveva lunghe lettere in presenza della madre e gliele leggeva: notizie; motti; confidenze; insolenze, magari: parole d’amore nessuna. E guai se mancavo alla consegna di far lo stesso!

Come ebbe da riferirmi la disgrazia capitata all’amico Lamandini cominciò la lettera così:

«Ho da raccontarti una storia da ridere...».

Isidoro e Paolone l’ultima notte di carnevale si eran presa una sbornia solenne. Rincasando sopra la neve, l’uno aveva piegato a destra, l’altro a sinistra con la, pretensione d’indirizzarsi l’un l’altro per li via buona. E Isidoro era precipitato nella pozza piena d’acqua gelata, presso la chiesa.

Ma Paolone, che non stava diritto e non aveva forza di trarlo fuori, chiamava aiuto invano. Nessuno gli credeva; gli davan dell’ubbriaco; dubitavano d’una burla.

E la lettera finiva: