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Buona gente 217

BUONA GENTE

I.

La fattoria vecchia, grande come un castello, con davanti l’ampio prato e lo steccato in mezzo per i puledri, e il muricciuolo di cinta investito dai capperi (il profumo di questi fiori, così tenui, al luglio!); la montagnola della conserva che le acacie difendevano dal caldo; l’orto con la vasca (belle, ora, anche le salamandre!); eppoi i campi di grano e di canapa, tra gli olmi, belli...

La stretta per cui si svegliava con un nodo alla gola non gli veniva da un’improvvisa imaginazione brutta o triste nella serenità del sogno; gli veniva da quel sereno fondo senza fine, da quel sole abbagliante, fermo. Nel destarsi, se vi era luce, stentava a riconoscere lo stambugio ove lo ricoverava la lavandaia; e gli pareva che il cuore gli si allargasse a vedere il cane dormente lì a lato della branda.

Non gli restava più che il cane. E il suo passato era nel sonno e nei sogni. Ma quanto soffriva!