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236 Adolfo Albertazzi


chinavano, ne approfittò a proferir belle parole d’occasione.

— La commozione così sincera del nostro segretario le dimostra, signora, quanto il suo signor marito era amato dai dipendenti e come grande debba essere il cordoglio dei suoi colleghi del Consiglio comunale che noi, qui, abbiamo l’onore di rappresentare.

— Grazie..., s’accomodino... — balbettava la vedova col fazzoletto in mano.

E tutti sedettero, tranne Agosti che le commoventi parole dell’assessore anziano indussero a singhiozzare più forte.

— La Giunta anzi — seguitò il capo della Giunta — ha in animo di proporre al Consiglio che le virtù dell’illustre estinto e il compianto della cittadinanza siano ricordati in un monumento, in un busto...: se pure le disposizioni testamentarie di un uomo tanto modesto non vi si oppongano e non dimostrino preferenza per le opere di pietà. Nel qual caso...

— Ma il testamento non si è ancora trovato — interruppe la vedova asciugandosi gli occhi. — Non sappiamo se l’abbia fatto...

Meraviglia in silenzio. Possibile? E l’uscio dell’altra camera si riaperse e ad uno ad uno, con successivi inchini, entrarono il figlio del defunto e i tre generi. Il segretario che si era quietato, cercò di far largo scostando sedie e poltrone. E si mordeva ferocemente la lingua.