Pagina:Alberti, Leon Battista – Opere volgari, Vol. III, 1973 – BEIC 1724974.djvu/233

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deifira 229

porgono nuovo dolore. Ma dimmi, questa quale tu ami, merita ella essere amata da te, però che sarebbe troppo biasimo amare persona di che tu avessi arrossirti quand’ella ti fussi in presenza lodata?

Pallimacro. Oh felice chi può amare e non amare a sua posta! Io nè potei fare ch’io non amassi, nè posso restare di dolermi amando. Non, Deifira mia, non, Deifira, non meriti essere amata da me. Tu bella, tu gentile, tu leggiadra, sì, ma troppo sdegnosa, troppo ostinata, troppo sospettosa, poco pietosa. Uno piccolo ghiaccio in una preziosissima gemma la ’nvilisce, e un atto sdegnoso disonesta ogni bel volto. E benchè tu così mi sia inimica, oh Deifira mia, tu pure mi se’ cara. E bench’io mi dolga esserti con mie lacrime gioco, pur mi piace contentarti d’ogni mio male. Tu così vuoi, e io tanto posso sofferire dolore quanto a te piace. Così amore m’ha insegnato offerirmi a qualunque oltraggio. Quando che sia, piangerai tu, Deifira mia, quando che sia, piangerai avere straziato me, in chi tu conoscerai fede e amore più che in persona qual mai fossi, qual sia, qual mai possi essere. Mai fu, Deifira mia, mai fu, mai sarà chi tanto e con sì ferma fede ami quanto io amo te, e amerotti certo mentre ch’io viva; ancora e morto ti seguirò amando. Ma tu tardi piangerai esser tanto tempo indarno da me stata amata. Ohimè, con quante lacrime desidererai il dolce perduto tempo e sollazzo!

Filarco. E questo altro errore mi pare non piccolo in chi ama, che mai restano tra se stessi pregare, lodare e dolersi a chi non l’ode, e poi in presenza dimenticano se stessi, stupefanno, diventano muti, o solo dicono cose di che poi s’adolorano averle dette. E si vuole fra sè prima pensare che atti, che guardi, che parole, in che modo ogni minima cosa sia meglio e più utile a te e più accetto a chi tu ami, e mai esserli in cosa alcuna ben minima se non grato e giocondo: tacere non troppo, parlare non superbo, chiedere gentile, ascoltare grazioso, rimirare dolce, motteggiare festivo, sollazzare vezzoso, e in ogni cosa usare facilità, costume e leggiadra maniera, e piacerli in qualunque virtù di te possi mostrarli, profferirteli tale ch’ella non ti sdegni, partirsi tale ch’ella ti disideri, ritornare ch’ella s’allegri vederti, udirti, e rimirarti, sempre lasciarli che