Pagina:Alberti, Leon Battista – Opere volgari, Vol. III, 1973 – BEIC 1724974.djvu/254

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250 de amore

spiace averti vinto e colligato con Cupidine, che né possi sanza stomaco udire me, ove te revochi da tanta e sì iniqua servitù, né a te ben volendo truovi luogo da tradurti e mantenerti in libertà e signoria di te stesso? Chi adunque me non incolpassi, ove io vegga con mio dire potere prestarti qualche benché minimo utile, ivi non pronto e presto mi dia a satisfare alla tua necessità, ove ben teco bisognasse non se non turbato contendere? E voglio me, quale tu in tutte mie altre lettere e in ogni vita sempre trovasti e riputasti modesto e verecondo non meno che amicissimo a te e cupido d’ogni tuo bene e onore, qui ora così giudichi me, mosso da offizio e vera benivolenza, non da cupidità di biasimare alcuno, in queste lettere solo avere seguito quanto m’è occorso accomodato per levarti da questa tua miseria, da quale non potrei dire quanto mi doglia non averti già più mesi distratto, e confirmato libero de’ tuoi usati e magnifici studi.

E se io pensassi pur qui bisognasse a te, uomo intendentissimo e dottissimo, più diffuso e aperto mostrare l’amore venereo, come teco in mie lettere disputai, così essere inutile e dannoso a ogni studioso e a te simile ottimo ingegno, inimico dell’ozio e pace, inimico della fama, dignità e autorità e d’ogni onesto pensiero, replicherei in queste que’ tutti nell’altre mie compresi argumenti. Ma in quelle non fui oscuro a farmi intendere, né breve a non adducere ed esplicare ciascuna argumentazione ed essemplo, quanto a quella materia mi parve acconvenirsi. E in queste credo non bisognerà estendermi a convincer quello quale tu né sai né puoi negarmi: che inamorato mai alcuno tanto si truova povero o sì tegnente e misero, al quale molto oro non paressi poco per in tempo ricomperare la sua libertate, dolendosi subietto al duro imperio, quale in sé pruova iniquo tiene l’amore. Dannoso adunque amore, se per satisfare a una piccola espettazione fa ciascuno massaio e assegnato animo sanza lode esser prodigo gittatore. E più, quanto a qualunque onesto e laudato essercizio sia l’amore nocivo e grave, tu meco non raro piangendo, sai, lo confessasti, e dolestiti. Pertanto solo qui, se io non erro, te in questa calamità forse contiene che tu pur giudichi a te in premio stiano qualche diletti e grata voluttà; o forse a te stesso persuadi così doversi