Pagina:Alberti, Leon Battista – Opere volgari, Vol. III, 1973 – BEIC 1724974.djvu/28

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26 de pictura – libro primo

mostrare le tenebre. Aggiugni che mai troverai bianco o nero, il quale non sia sotto qualcuno di quelli quattro colori.


11.    Seguita de’ lumi. Dico de’ lumi alcuno essere dalle stelle, come dal sole, dalla luna e da quell’altra bella stella Venere. Altri lumi sono dai fuochi. Ma tra questi si vede molta differenza. Il lume delle stelle fa l’ombra pari al corpo, ma il fuoco le fa maggiori. Rimane ombra dove i razzi de’ lumi sono interrotti. I razzi interrotti o ritornano onde vennono, o s’adirizzano altrove. Vedilo’ adiritti altrove quando, aggiunti alla superficie dell’acqua, feriscono i travi della casa. Circa a queste reflessioni si potre’ dire più cose, quali apartengono a quelli miracoli della pittura, quali più miei compagni videro da me fatti altra volta in Roma. Ma basti qui che questi razzi flessi seco portano quel colore quale essi truovano alla superficie. Vedilo che chi passeggia su pe’ prati al sole pare nel viso verzoso.


12.    Dicemmo sino a qui delle superficie; dicemmo de’ razzi; dicemmo in che modo vedendo si facci pirramide; provammo quanto facci la distanza e posizione del razzo centrico, insieme e ricevere de’ lumi. Ora, poi che ad uno solo guardare non solo una superficie si vede ma più, investigheremo in che modo molte insieme giunte si veggano. Vedesti che ciascuna superficie in sé tiene sua pirramide, colori e lumi. Ma poi che i corpi sono coperti dalle superficie, tutte le vedute insieme superficie d’uno corpo faranno una pirramide di tante minori pirramide gravida quanto in quello guardare si vedranno superficie. Ma dirà qui alcuno: «Che giova al pittore cotanto investigare?» Estimi ogni pittore ivi sé essere ottimo maestro, ove bene intende le proporzioni e agiugnimenti delle superficie; qual cosa pochissimi conoscono, e domandando in su quella quale e’ tingono superficie che cosa essi cercano di fare, diranti ogni altra cosa più a proposito di quello di che tu domandi. Adunque priego gli studiosi pittori non si vergognino d’udirci. Mai fu sozzo imparare da chi si sia cosa quale giovi sapere. E sappiano che ⟨quando⟩ con sue linee circuiscono la superficie, e quando empiono di colori e’ luoghi descritti, niun’altra cosa cercarsi se non che in questa superficia si representino le forme delle cose vedute, non altrimenti che se essa fusse di vetro