Pagina:Alberti, Leon Battista – Opere volgari, Vol. III, 1973 – BEIC 1724974.djvu/281

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istorietta amorosa 277

fati, cavarmi di questi martiri, perché assai più mi duole l’affanno della mia singulare dea che ’l mio». E fra sì dolorosi pensieri il nobile giovane la sua vita consumava, e raro usciva di casa, perché nulla gli gravava altro che ’l non potere vedere la ninfa amata, dove non osava di passare da casa di costei pel gran timore dell’ardua nimicizia.

Di che Ippolito, sentendosi crescere l’amore e mancare la speranza, cominciò per la grande malinconia a perdere il sonno, anzi sempre aveva ogni suo pensiero a Leonora. E già essendogli venuto a noia il cibo, si mutò tutto di complessione in modo che, dove egli era il più allegro, festivo, lieto, giocondo, faceto giovane di Firenze, più bello, più fresco e universale, in breve tempo divenne melanconico, magro, solitario, pallido, doloroso e saturnino più che altro della città. E infine, mancandogli li sentimenti naturali, divenia di giorno in giorno più simile ad uomo morto che vivo; della qual cosa ’l padre e la madre erano molto dolenti. E cercato da’ medici quale fusse la cagione di tanta mutazione, non trovavano altro che continua malinconia che nocesse al giovane. Di che non potendo sapere che gli gravasse, né donde la malinconia procedesse, Ippolito cominciò fortemente a gravarsi nel male, intanto che pigliando poco di conforto e consumandosi dallo affanno, i medici lo difidarono dicendo che, se la cagione de’ suoi pensieri non si trovava, non era possibile dargli rimedio, e non rimediando, che in breve tempo se ne morirebbe. Di questo i suoi assai furono dolenti, massime el suo padre e la sua madre, li quali non avevano altro figliuolo né altro bene. E tanto più gli doleva quanto, non sapendo il male, non lo potevano aiutare. Onde che la sua madre, la quale portava gran pena del male del figliuolo, cercò con molti ingegni di sapere da lui quale fusse la cagione di tanta malinconia. E infine, trovando il figliuolo duro e pertinace nel negare e nel tacere, vinta da materno amore, in camera, sola col suo figliuolo con molte lagrime cominciò così a parlare:

«Ippolito, io non so se ti ricorda degli affanni che io ho portati per allevarti, e dei caldi, freddi, fame, sete, sonni e vigilie ho patite per tuo amore e per allevarti in più delicatezze e costumi che mai figliuolo fusse allevato. E per maggiore mio dolore già sono