Pagina:Alberti - Della architettura della pittura e della statua, 1782.djvu/14

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viii vita

amorose in prosa et in versi, e fu il primo (come scrive Giorgio Vasari nella sua vita) che tentasse di ridurre i versi volgari alla misura de’ Latini, come si vede in quella sua epistola.

Questa pur estrema miserabile pistola mando
A te che spregi miseramente noi, etc.


Ma nel ragionar del singolare genio dell’Alberti in ogni genere di polite lettere, e del luogo ch’egli tiene fra gli huomini letterati, mi sento, tirato da gente d’altra professione, cioè da pittori, et architetti, che come suo lo pretendono, e mostrandomi quanto egli hà operato in pittura et architettura, mi chiamano indietro, e quasi che io habbia a scrivere le virtù d’un altro Alberti, mi sforzano di far passaggio da le scienze speculative alle arti pratiche, e mecaniche. E veramente fu tanta la capacità e vastità dell’ingegno del nostro Alberti, che potè non solamente con generali notitie tutte le discipline abbracciare, ma descendere ancora al particolare di ciascuna, et applicandosi a qualsivoglia cosa, far credere a gli huomini, che mai ad altro non havesse il suo nobilissimo intelletto impiegato, pareggiando, anzi avanzando quelli ch’in tale professione si stimavano i migliori. Erano nel suo tempo a fatto spenti gli studii dell’architettura, o se pur qualche cognitioni se ne havevano, furono tanto corrotte, e lontane da la politezza e nobiltà dell’antico secolo Romano, che nell’operare producevano effetti rozzi. Leonbatista Alberti fu il primo che tentasse di ridurre quell’arte alla sua prima purità, e scacciando la barbarie de’ secoli Gotichi introducesse in quella l’ordine, e la proportione, si che da tutti fu universalmente chiamato il Vitruvio Fiorentino. La fama del suo nome indusse Nicolò V. pontefice a valersi di lui nell’ordinare molte fabriche in Roma, et a confidarsi tanto più ne’ suoi consigli, quanto che da Biondo Forlivese personaggio di alto merito, e suo familiare fu particolarmente informato de le sue rare qualità.

Fece per Sigismondo Pandolfo Malatesta signore di Rimino il disegno de la Chiesa di S. Francesco, la quale si principiò l’anno 1447., e riuscì una de le più superbe, e sontuose d’Italia. Fu condotta al termine ch’oggi si vede, l’anno 1550. E perche il Vasari, in occasione di minor momento assai prolisso, nella descrittione di questo tempio s’è mostrato molto scarso di parole, benche per il soggiorno ch’egli fece in Rimino, dove dipinse il S. Francesco che si vede nell’altar maggiore di detta fabrica, habbia potuto osservarne minutamente tutte le parti, noi per supplire in parte alla sua negligenza, e per onorare tanto più la memoria dell’architetto, scriveremo quello che nel considerarla più volte ci è parso degno di essere osservato. E cominciando da la facciata, diremo che si vede un bellissimo bassamento, tutto di marmo d’Istria, il qual corre d’intorno a tutta la fabrica, et hà per corniciamento un bell’ornamento


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