Pagina:Albini - Il figlio di Grazia, Milano, Vallardi, 1898.djvu/107

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Era una colpa? ella se lo dimandava tante volte seduta davanti al suo altarino che il curato le aveva benedetto. Eppure li amava tanto i bambini, e la mattina, quando guardava quelli che entravano in scuola il suo sguardo s’animava ed ella dimenticava per un quarto d’ora i suoi dolori.

Dorina ignorava il nome dei bambini del paese, ma a suo modo li conosceva tutti: quella bella, quello pacifico, la capricciosa, la timida, il prepotente, il maleducato, lo sciocchino, la bonacciona, 1 ipocrita; qualche volta era obbligata a mutar nome ai piccoli personaggi che passavano come in una lanterna magica dietro i suoi vetri: la superba si mostrava invece pietosa, e il giudizioso si rivelava egoista. Uno però non mutava nome che per acquistarne ogni volta uno migliore. Il ragazzo bello, fu da lei chiamato per qualche tempo: poi, quello bravo: più tardi, quello buono, poi Martinez, poi Natale, poi lui, semplicemente.

Lui, quello che Dio aveva colmato di tutte le Sue grazie, poichè era bello e buono, studioso e modesto, forte e dolcissimo. Le sue mani che sembravano fatte per dar pugni e abbattere tutto ciò che gli si parava dinanzi, si movevano con una grazia come se accarezzassero ciò che incontrava. Pareva creato per rendere servigi agli altri: non v’era mattina in cui la sua gentilezza non si rivelasse: oggi era per pigliarsi in braccio e portar fino in classe una bambina che veniva zoppicando coi piedi gonfi per i geloni; domani per allacciar la stringa di una scarpa a un compagno, o per correggere, appoggiato al parapetto della fontana, la moltiplicazione sul compito di un altro.