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La gioia del lavoro 67

scana, ove i nobili facevano una volta mettere in vendita il vino delle loro terre nelle cànove al pianterreno dei loro palazzi, ancora i più fieri e antichi nomi e gli stemmi gloriosi sono oggi su frontoni di fabbriche, su avvisi affissi nelle strade e nelle locande. Così nel Piemonte; e la biscia viscontea in Lombardia è diventata insegna di tessiture e di filature che danno lavoro a migliaia d’operai.

I nuovi arricchiti invece raramente capiscono queste nobili ambizioni: essi cercano di dimenticare e far dimenticare in qual modo fecero la loro fortuna, anche quando essa fu fatta onestamente. Ben diversi in questo dal miliardario americano il quale ci tiene a far sapere che ha conosciuto la miseria, che ha fatto il barcaiolo, il facchino, magari il lustrascarpe, e che a furia d’attività, di sacrifici e soprattutto di risparmio e di sobrietà ha potuto formarsi un coltura e salire alla fortuna.

Dal piccolo libretto di Beniamino Franklin, come dal grosso volume di Carnegie noi vediamo trapelare la gioia del ricordare tutte le lotte e la gloriosa riuscita; un generoso, prepotente bisogno di propagare il loro esempio,

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