Pagina:Albini - Voci di campanili.djvu/45

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42 santa maria delle grazie




Dimentichiamo che Lodovico il Moro cacciò l’Italia nella lunga sventura della schiavitù, e non pensiamo che alla corte splendida ove egli adunava, in quell’epoca in cui l’Italia «era tutta un maggio» una gloriosa schiera di architetti ch’erano scultori e pittori, di pittori ch’erano musici e poeti. Leonardo vi sonava il liuto, Bramante vi recitava i suoi versi, il Corio vi leggeva le sue istorie.

Guardando Santa Maria delle Grazie in un giorno sereno di primavera, quando la cupola così vagamente colorata si disegna sul cielo azzurro e le rondini le volano intorno stridendo, non è più possibile tormentarsi per indovinare chi l’abbia architettata: ci piace di pensare che il genio di Leonardo e la genialità di Bramante si siano dato la mano lassù, per dirci che al di sopra degli errori della politica, delle vergogne della brutalità, delle bassezze della cupidigia, e delle crudeltà del fanatismo, aleggia, come bianca colomba di pace, l’arte.

Essa è l’orgoglio e l’umiltà dell’ingegno umano, poichè l’arte del passato è un freno alla superbia