Pagina:Alcuni discorsi sulla botanica.djvu/133

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lendo entrare in questioni, che non si fanno a nostra materia, crediamo di dover rinunziare alle indagini di que’ tempi troppo rimoti, e contentarci di risalire a quel popolo greco, che posto a cavaliere tra l’Asia e l’Europa in sè raccolse e ricevè tutti per avventura i tesori di quella doppia civiltà dell’Asia e dell’Europa.

Esculapio, Orfeo, Chirone, Podalirio, tali sono i primi sapienti, dei quali si trovi ricordo nei poemi della Grecia più antichi, e di tutti costoro è lodata la molta cognizione, che ebbero delle virtù delle erbe e delle piante. Massimamente di Orfeo lo accerta Plinio nel libro XXV della Istoria naturale con queste parole: Primus autem omnium, quos memoria novit, Orpheus de herbis curiosius aliqua prodidit. Post eum Musaeus et Hesiodus. Ai tempi poi di Omero, cioè giusta i calcoli più probabili, nove secoli avanti l’êra volgare, le cognizioni dei corpi naturali erano già così diffuse tra i Greci, che il cantore di Ulisse poteva darne rispetto a molti di essi descrizioni, nelle quali non sapresti se più sia da ammirare l’esattezza delle nozioni, o l’evidenza e la leggiadria delle immagini. E per restringerci alle piante tu trovi in Omero, che a suoi tempi si coltivavano in Grecia fave e piselli, che dal papiro si traeva materia a far corde, che di frumento, farro, e trifoglio vi si pascevano i cavalli. Apprendi pure da lui, che negli orti di Alcinoo crescevano rigogliosi la vite, il pero, il melo,