Pagina:Alcuni discorsi sulla botanica.djvu/172

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Lucio Apulejo, che viveva ai tempi di Augusto, ragionò delle proprietà delle piante, delle quali, se dicono il vero le antiche memorie, fu pure studiosissimo il medico di quel medesimo imperatore, quel celebre Musa, cui toccò l’onore, che l’immortale Linneo intitolasse dal nome di Lui un genere di piante, che va fra le più belle e le più utili, che si conoscano.

E delle piante fu caldo e sapiente osservatore anche Virgilio, massimamente in quel sovrano lavoro, da cui ebbero eterna gloria e campi, e greggie, e pastori. Nelle Georgiche infatti, oltre i sani precetti, che ei ci porge sugli orti, sulle opere rustiche, la messe, la vigna, la cura degli alberi, e degli innesti, trovi di non poche piante descrizioni sì vere e aggraziate, che le più belle sarebbe vano desiderare. Valgano ad esempio quelle bellissime dell’amello, del limone, del visco. Più spesso ancora Virgilio al modo dei poeti si compiace di segnalare le sue piante con un solo epiteto, ma questo è così appropriato, così significativo, e ci porge tale una immagine parlante dell’oggetto, che a chichessia riesce agevole il riconoscerlo. E chi non ravvisa a prima giunta i vaghissimi fiori onde si compone il grazioso mazzetto, che Najade presenta ad Alessi!


                    Tibi candida Naïs
Pallentes violas, et stimma papavera carpens
Narcissum, et florem jungit bene olentis
                                        Anethi,
Tum casia, atque aliis intexens suavibus herbis
Mollia luteola pingit vaccinia caltha.