Pagina:Alcuni discorsi sulla botanica.djvu/180

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verate da Dioscoride non fu per anco potuta chiarire al tutto, quantunque vi adoperassero intorno ogni diligenza acutissimi ingegni. Che se guardi allo stile, esso ti apparisce pieno di voci e di maniere improprie, disadorno, informe, in somma quale i tempi portavano in tanto abbassamento delle buone lettere presso i Greci e i Romani, quale ancora portava, come confessa egli stesso ingenuamente, la poca cura, ch’ei si prese di studiare la forma, e di limare il suo lavoro, occupatissimo che egli era nell’esercizio dell’arte propria. «Esortiamoli dunque, dice egli nel proemio, insieme con tutti quelli che questi nostri scritti leggeranno, che non consideriate quanto noi siamo eloquenti nel dire, ma la diligenza e l’esperienza messa nelle cose.» Ne questo ancora si vuol tacere, che non rade volte gli avvenne d’essere tratto in errore dalla conformità dei nomi sì barbari e sì latini, e congiungere per forma d’esempio in uno oggetti disparatissimi, e per converso descrivere ripetutamente l’oggetto medesimo sotto nomi diversi. Le quali mende e imperfezioni non tolgono tuttavia, che la materia medica di Dioscoride sia da risguardarsi, come il monumento più insigne di botanica applicata che ci abbia lasciata l’antichità! Tradotta, compendiata, e chiosata da molti e dottissimi uomini un Mattioli, un Cesalpino, l’Anguillara, il Colonna, il Maranta tra i nostri e, de’ forestieri un Cordo, un Dodoneo, i Bahuini, il Fuchsio, il Ruellio, e recentemente an-