Pagina:Alcuni opuscoli filosofici.djvu/29

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te ad occhi aperti era da noi contemplata, il che direi provenire imperciocche dopo che noi abbiamo chiusi gli occhi, è impossibile, che si possa produrre dentro dell’occhio nostro una conturbazione tanto veemente, quanto si faceva con la presenza dell’oggetto luminoso; si come accaderebbe, se avendo noi un vaso d’acqua, e che venisse dalla nostra mano diguazzante commossa, e poi si rimovesse la mano, chiaro è che non cesserebbe subito quella commozione, anzi continuerebbe a muoversi quell’acqua per qualche tempo, ma con tutto ciò, rimossa la mano, non si farebbe piu, ne maggiore, ne anche uguale conturbazione a quella che si faceva, mentre la mano continuava a perturbarla, ma a poco, a poco anderebbe cessando la turbazione, riducendosi l’acqua al suo primiero stato. E così chiusi gli occhi, come si è detto di sopra, ò in altra maniera proibito l’ingresso di quei lumi nell’occhio, immediatamente si comincia à ridurre a minore, e minore conturbazione, si che arriva, e passa tal volta per quella posizione di parti, che era sua propria, ed allora sparisce, e si dilegua l’immagine; mà perche commossa dall’impeto di quella commozzione, non si puo così presto fermare, però di nuovo ci fà comparire quell’immagine, e questo và facendo piu e piu volte, fintanto che finalmente si riduce à quietarsi nella sua naturale constituzione, & allora l’occhio resta libero di quella apparenza. E continuando noi a filosofare con questi fondamenti abbiamo l’intelligenza vera di quella proposizione, che communemente si suol dire