Pagina:Alfieri, Vittorio – Tragedie, Vol. I, 1946 – BEIC 1727075.djvu/111

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atto quinto 105

a te il commette...

Isab.  E il puoi tu creder, prence?
Ministra all’ire io di Filippo?...
Carlo  A tanto
potria sforzarti, anco ingannarti ei forse.
Ma, come or dunque a me venirne in questo
career ti lascia?
Isab.  E il sa Filippo? Oh cielo!
Guai, se il sapesse!...
Carlo  Oh! che di’ tu? Filippo
quí tutto sa: chi mai rompere i duri
comandi suoi?...
Isab.  Gomez.
Carlo  Che ascolto? Oh! quale,
qual profferisti abbominevol nome,
terribile, funesto!...
Isab.  A te nemico
non è, qual pensi...
Carlo  Oh ciel! s’io a me il credessi
amico mai, piú di vergogna in volto
avvamperei, che d’ira.
Isab.  Ed ei pur solo
sente or di te pietá. L’atroce trama
ei del padre svelommi.
Carlo  Incauta! ahi troppo
credula tu! che festi? ah! perché fede
prestavi a tal pietá? Se il ver ti disse
dell’empio re l’empissimo ministro,
ei col ver t’ingannò.
Isab.  Ma il dir, che giova?
Di sua pietá non dubbj effetti or tosto
provar potrai, se a’ preghi miei ti arrendi.
Ei quí mi trasse di soppiatto; e i mezzi
giá di tua fuga appresta: io ve l’indussi.
Deh! non tardar, t’invola: il padre sfuggi,
la morte, e me.