Pagina:Alfieri, Vittorio – Tragedie, Vol. I, 1946 – BEIC 1727075.djvu/214

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
208 antigone

Pur, potrebb’egli, ebro d’amor fors’oggi,

alla forza?... Ma è lieve a me i suoi passi
spiar, deluder, rompere: di vita
tolta Antigone prima, il tutto poscia,
Teséo placar, silenzio imporre al volgo,
riguadagnarmi il figlio, il tutto è nulla. —
Ma, che farò di Argía? — Guardie, a me tosto
Argía si tragga. — Util non m’è sua morte;
l’ira d’Adrasto anzi placar mi giova;
troppi ho nemici giá. Mandarla io voglio
in Argo al padre: inaspettato il dono,
gli arrecherá piú gioja; e a me non poco
cosí la taccia di crudel fia scema.


SCENA QUINTA

Creonte, Argia, Guardie.

Creon. Vieni, e mi ascolta, Argía. — Dolor verace,

amor di sposa, e pio desir, condotta
ebberti in Tebe, ove il divieto mio
romper tu sola osato non avresti...
Argia T’inganni; io sola...
Creon.  Ebben, rotto lo avresti,
ma per pietà, non per dispetto, a scherno
del mio sovran poter; non per tumulti
destare: io scemo la pietà, l’amore,
dall’interesse che di lor si vela.
Crudo non son, qual pensi; abbine in prova
salvezza e libertà. Di notte l’ombre
scorta al venir ti furo; al sol cadente,
ti rimenino al padre in Argo l’ombre.
Argia Eterno ad Argo giá diedi l’addio:
del morto sposo le reliquie estreme
giacciono in Tebe; in Tebe, o viva, o morta,
io rimanervi vo’.