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LETTERA DI RANIERI CALZABIGI 19


mente scuotere gli animi degli spettatori) si otterrá di fare d’ogni azione teatrale la miglior distribuzione; e la piú viva, la piú interessante, la piú animata, la piú commovente tragedia, che far si possa.

Il disporre però in tal maniera il piano di una tragedia non è da tutti. La sceneggiatura, che deve far nascere questi gruppi, questi quadri, è difficilissima a combinare. La cosa che meno adesso si studia, è questo piano, questa sceneggiatura; si abbandona al caso; non si bada all’inverisimile. E pure da una tal disposizione assolutamente dipende il non mancar mai di materia da trattar nelle scene, e la riuscita della tragedia medesima.

Qualche cosa di simile a quello che io penso e che ho esposto, ha ella, amico stimatissimo, avuto in mente nello scrivere le sue. Osservo che ha costantemente cercato di farvisi poeta-pittore, col metter quasi tutto in azione. Se talora si è lasciato trasportare dalla pratica attuale, d’abbandonare alla narrativa ciò che s’incontra di piú vigoroso, di piú capace di scuotere in una azione tragica, ha procurato però di non trattenervisi lungamente: come Racine, che dormitat nel racconto che mette in bocca di Teramene a Teseo della morte d’Ippolito; racconto in oggi escluso da quella bella tragedia, che terminava in destar la noia, in vece di muovere la compassione. Or eccomi sopra ciascheduna delle quattro del primo tomo, che mi ha favorito, a dirgliene il mio sentimento.

L’azione del Filippo è una, ben distribuita, naturalmente condotta. L’esposizione non è ricercata: alla prima scena sanno gli spettatori di che si tratta. I caratteri son veri: quello del cortigiano Gomez, e di quella orrida corte, è egregio: Filippo è ritratto dal vivo; il Tiberio delle Spagne si riconosce da tutti. Da lui si ascoltano suspensa semper, et obscura verba: in lui si vede l’uomo sine miseratione, sine ira; e lo troviamo sempre obstinatum, clausumque, ne quo affectu perrumperetur: tocchi maestri del carattere di Tiberio, fortemente espressi da Tacito. Quel Leonardo è un ipocrita degno di quel monarca. Perez è un raro esempio di virtú fra que’ ribaldi, per fare un contrasto e un chiaroscuro. Isabella è incauta, ingenua, amorosa: e Carlo, quel che ce lo descrive la storia arcana di quel regno d’empietá, d’artifizio, di veleni e di sangue; è poco avveduto, impetuoso, perché esasperato, ma degnamente degenere dal barbaro padre, e però non trattato come figlio.