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248 virginia

sol uno vuole, e l’obbediscon tutti?

Patria, onor, libertá, Penati, figli,
giá dolci nomi, or di noi schiavi in bocca,
mal si confan, finché quell’un respira,
che ne rapisce tutto. — Omai le stragi,
le violenze, le rapine, l’onte,
son lieve male; il pessimo è dei mali
l’alto tremor, che i cuori tutti ingombra.
Non che parlar, neppure osan mirarsi
l’un l’altro in volto i cittadini incerti:
tanto è il sospetto e il diffidar, che trema
del fratello il fratel, del figlio il padre:
corrotti i vili, intimoriti i buoni,
negletti i dubbj, trucidati i prodi,
ed avviliti tutti: ecco quai sono
quei giá superbi cittadin di Roma,
terror finora, oggi d’Italia scherno.
Virg.o Vero è il tuo dire, e a piangere mi sforza,
non men che di dolor, lagrime d’ira...
Ma, e che potrian due sole alme romane
a tanti vili in mezzo?
Icilio  Aspra vendetta
fare, e morir.
Virg.o  La tirannia novella
matura ancor non è: tentar vendetta,
ma non compierla puossi. Or, che non osa
la crudeltá decemvirale in campo?
E che pur fa di que’ gagliardi il fiore,
ch’ivi sta in armi? fremono, e si stanno.
Smentir le false prove, e dagli artigli
d’Appio sottrar spero la figlia: dove
ne sia forza morire, io ’l deggio; io ’i voglio
non tu cosí; se muori, a vendicarne
chi resta allor? chi salva Roma?
Icilio  Noi:
vivi, col brando; o con l’esempio, estinti. —