Pagina:Alfieri, Vittorio – Tragedie, Vol. I, 1946 – BEIC 1727075.djvu/258

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252 virginia

e sposa mia. — Pensier, che il cor mi agghiaccia,

intempestivo egli è finora.
Virg.a  È il solo
pensier, che in vita tienimi. — Oh! se mi vedi
pianger, non piango il mio destin, ma il tuo.
Nato ad ogni alta impresa, esser di Roma
dovresti lo splendor: piango in vederti
ridotto, e invano, a disputar l’oscura
mia libertá privata; ed in vederti
chiuso ogni campo di verace fama;
e in veder l’alma in te romana tanto,
or che piú non è Roma.
Virg.o  E tu non sei
mia figlia, tu? l’oda chi ’l niega.
Numit.  Ah! sola
ella è sostegno alla nostra cadente
vita. O figlia, morir ben mille volte,
pria che perderti, voglio.
Icilio  Amata sposa,
forte è l’amor, che fortemente esprimi;
degno di noi; simile, e pari, al mio.
Ogni tenero affetto, ogni dolcezza,
duri tempi ne vietano. Fra noi
d’amor paterno e conjugal sol pegno
fia la promessa di scambievol morte.
Virg.o Oh miei figli!... E fia vero?... or perir debbe
virtú cotanta?... O donna, e quei che forti
nascer potrian da lor, veri di Roma
figliuoli, e nostri, non terrem noi mai
fra le tremule braccia?... Oh, di quai prodi
perisce il seme, col perir di queste
libere, altere, generose piante!
Icilio Pianger dovremmo di ben altro pianto,
se avessimo noi figli: a fero passo
tratti or saremmo; o di lasciarli schiavi...
schiavo il mio sangue!... Ah! trucidarli pria. —