Pagina:Alfieri, Vittorio – Tragedie, Vol. I, 1946 – BEIC 1727075.djvu/325

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

atto quinto 319

Egisto istesso, Egisto sí, giacersi

come oserá di parricida sposa
al fianco infame, in sanguinoso letto,
e non tremar per se? — Dell’onta mia,
d’ogni mio danno orribile stromento,
lungi da me, ferro esecrabil, lungi.
Io perderò l’amante; in un la vita
io perderò: ma non per me svenato
cotanto eroe cadrá. Di Grecia onore,
d’Asia terror, vivi alla gloria; vivi
ai figli cari,... ed a miglior consorte. —
Ma, quai taciti passi?... in queste stanze
chi fra la notte viene?... Egisto?... Io sono
perduta, oimè!...


SCENA SECONDA

Egisto, Clitennestra.

Egisto  L’opra compiesti?

Cliten.  Egisto...
Egisto Che veggo? o donna, or quí, ti struggi in pianto?
Intempestivo è il pianto; è tardo; è vano:
caro costar ne può.
Cliten.  Tu quí?... ma come?...
Misera me! che ti promisi? quale
consiglio iniquo?...
Egisto  E tuo non fu il consiglio?
Amor tel dié, timor tel toglie. — Or via,
poiché pentita sei, piacemi; e lieto
io almen morrò del non saperti rea.
Io tel dicea che dura era l’impresa;
ma tu, fidando oltre il dovere in quello
che in te non hai viril coraggio, al colpo
tua imbelle man sceglier tu stessa osavi.
Or voglia il ciel, ch’anco il pensier del fallo