Pagina:Alfieri, Vittorio – Tragedie, Vol. I, 1946 – BEIC 1727075.djvu/353

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atto secondo 347

Né il vidi sol; che per gli orecchi al core

flebil mi giunse, e spaventevol voce,
che in mente ancor mi suona. «O figlio imbelle,
che piú indugi a ferire? adulto sei,
il ferro hai cinto, e l’uccisor mio vive?»
Oh rampogna!... Ei cadrá per me svenato
sulla tua tomba; dell’iniquo sangue
non serberá dentro a sue vene stilla:
tu il berai tutto, ombra assetata; e tosto.
Elet. Deh! l’ire affrena. Anch’io spesso rimiro
l’ombra del padre squallida affacciarsi
a quei gelidi marmi; eppur mi taccio.
Vedrai le impronte del sangue paterno
ad ogni passo in questa reggia; e forza
ti fia mirarle con asciutto ciglio,
finché con nuovo sangue non l’hai tolte.
Oreste Elettra, oh quanto, piú che il dir, mi fora
grato l’oprar! Ma, fin che il dí ne giunga,
starommi io dunque. Intanto, a pianger nati,
insieme almen piangerem noi. Fia vero
ciò ch’io piú non sperava? entro al tuo seno,
d’amor, d’ira, e di duol, lagrime io verso?
Non seppi io mai di te piú nulla: spenta
ti credea dal tiranno: a vendicarti,
piú che a stringerti al sen, presto veniva.
Elet. Vivo, e ti abbraccio; e il primo giorno è questo,
che il viver non mi duole. Il rio furore
del crudo Egisto, che fremea piú sempre
di non poter farti svenar, mi fea
certa del viver tuo: ma, quando udissi,
che tu di Strofio l’ospitale albergo
lasciato avevi, oh qual tremore!...
Pilade  Ad arte
sparse il padre tal grido, affin che in salvo
dalle insidie d’Egisto, ei rimanesse
cosí vieppiú sicuro. Io mai pertanto,