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44 RISPOSTA DELL’AUTORE


campo. Il caso ha fatto che s’incontrassero Antigone con Argía, la pietá delle guardie le ha lasciate indugiare quanto tempo sarebbe bastato perché Antigone fosse condotta al suo destino. Esce Creonte credendo trovare, non Antigone nel limitar della reggia, ma piuttosto chi la nuova della di lei morte gli recasse. Egli toglie ogni dimora, ordina che Antigone sia strascinata al campo di morte; ma subitamente pensando che è trascorso piú tempo; che Emone dunque può essere piú in punto per qualche difesa; che le guardie impietosite quí, potrebbero o impietosire, o lasciarsi spaventare nel campo; stima più prudente mutarsi, e fare svenar subito Antigone dentro la reggia. Ma quello che piú d’ogni ragione giustifica Creonte d’essersi mutato, si è l’evento, poiché egli uccide Antigone, e previene Emone.

Quanto a ciò ch’ella mi tocca dello scioglimento, se la prova teatrale decide, le posso assicurare, che l’ultima brevissima parlata di Creonte non riusciva fredda, né a me che la recitava (e non come autore), né a chi l’ascoltava. Egli si è mostrato in tutta la tragedia sprezzator d’uomini e Dei, ma passionato però pel figlio, come unico suo erede; per troppo amarlo ei lo perde; poiché per vederlo re non cura di farlo infelice, e se lo vede ucciso dinanzi agli occhi, e quasi da lui. Che debbe egli fare? Tre partiti gli restano. Il primo è di uccidersi; ma egli è ambizioso, ama il trono, e, come glie lo rimprovera Emone stesso, atto quarto, scena terza, il figlio non è in lui che una passione seconda, o per dir meglio, il compimento della sua ambizione di regno: dunque non può Creonte uccidersi senza uscire del suo vero carattere: oltre che di quattro attori ch’egli erano, due sono uccisi, uno cacciato; se anch’egli si uccide, cadiamo nel ridicolo del chi resta? Secondo partito: Creonte potrebbe dare in furori e delirj; sarebbe una ripetizione delle smanie di Giocasta nel Polinice, e con minor felicitá, verisimiglianza poca, necessitá nessuna. Terzo: quell’avvilimento e timore che nasce di dolore e rimorsi; e questo ho scelto, perché mi parve il piú analogo alle circostanze, il piú morale per farlo veder punito, il piú terribile a chi ben riflette; poiché togliendo a Creonte il coraggio, e l’unico amato figlio, non gli rimane che l’odio di Tebe, la reggia desolata e deserta, il regno mal sicuro, e l’ira certa, e oramai da lui temuta, dei numi.

Eccomi alla Virginia. E poiché altro ella non biasima in essa che il fine, sappia, rispettabilissimo amico, che io ben due volte ho mutato di questa tragedia il quintetto. Da prima rimaneva in