Pagina:Alfieri - Vita, I, Londra, 1804.djvu/28

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
26 VITA DI VITTORIO ALFIERI.


[1756] parenti e il maestro; onde ad ogni ombra di mancamento, minacciatami la reticella abborrita, io rientrava immediatamente nel dovere; tremando. Pure, essendo poi ricaduto al fine in un qualche fallo insolito, per iscusa del quale mi occorse di articolare una solennissima bugia alla Signora madre, mi fu di bel nuovo sentenziata la reticella; e di più, che in vece della deserta Chiesa del Carmine, verrei condotto cosi a quella di S. Martino, distante da casa, posta nel bel centro della città, e frequentatissima su l’ora del mezzo giorno da tutti gli oziosi del bel mondo. Oimè, qual dolore fu il mio! pregai, piansi, mi disperai; tutto invano. Quella notte, ch’io mi credei dover essere l’ultima della mia vita, non che chiudessi mai occhio, non mi ricordo mai poi di averne in nessun altro mio dolore passata una peggio. Venne al fin l’ora; inreticellato, piangente, ed urlante mi avviai stiracchiato dal maestro pel braccio, e spinto innanzi dal servitore per di dietro; e in tal modo traversai due o tre strade, dove non era gente nessuna; ma tosto che si entrò nelle vie abitate, che si avvicinavano alla piazza e Chiesa di S. Martino, io immediatamente cessai dal piangere e dal gridare, cessai dal farmi strascinare; e camminando